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INBAR ETS 2026 a Rimini - La bioarchitettura come cultura del futuro

Di Piero Luigi Carcerano
Presidente Commissione Comunicazione ed Editoria Inbar





Nel trentacinquesimo anniversario dalla costituzione dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, l’Assemblea e la Convention nazionale di Rimini hanno segnato un passaggio culturale e istituzionale di particolare rilievo: non una semplice celebrazione, ma la conferma di un percorso che, attraverso il lavoro costante della Presidente Anna Carulli e di tutta la comunità INBAR, ha portato l’Istituto a un nuovo livello di riconoscibilità, autorevolezza e posizionamento nazionale.

Si è svolta a Rimini, presso l’Hotel Sporting, la Convention INBAR ETS 2026, appuntamento nazionale dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, organizzato in occasione dei trentacinque anni dalla costituzione dell’Istituto. Il tema scelto per l’anno 2026, “Bioarchitettura: Innovare la Tradizione, Progettare il Futuro”, ha dato forma a una giornata che ha saputo tenere insieme memoria, visione e responsabilità progettuale.

L’Assemblea dei Soci, nella sua dimensione statutaria e istituzionale, ha assunto un valore che va oltre l’adempimento ordinario. È stata, piuttosto, la rappresentazione concreta di una comunità che si riconosce in un’identità culturale forte e in un metodo di lavoro condiviso. Bilanci, regolamenti, relazioni programmatiche, commissioni e gruppi di lavoro non sono stati elementi separati dalla visione dell’Istituto, ma la sua struttura portante. Perché una cultura del progetto diventa davvero incisiva quando riesce a trasformarsi in organizzazione, formazione, strumenti, relazioni e presenza pubblica.

In questo passaggio emerge con particolare evidenza il ruolo dell’Arch. Anna Carulli, Presidente INBAR ETS. Il suo lavoro, portato avanti con continuità, determinazione e capacità di tessitura istituzionale, ha contribuito a rafforzare il profilo dell’Istituto, rendendolo oggi più riconoscibile nel dibattito nazionale sulla sostenibilità, sulla rigenerazione dei territori, sulla qualità dell’abitare e sulla transizione ecologica dell’ambiente costruito. Il risultato non nasce da un gesto episodico, ma da una costruzione paziente: relazioni, accreditamenti, formazione, protocolli, certificazioni, lavoro interno, presenza nei territori e consolidamento dell’identità associativa.

Rimini ha mostrato un INBAR capace di dialogare con istituzioni, ordini professionali, università, organismi di certificazione, mondo del restauro, comunità scientifiche e professionali. In questa prospettiva, la bioarchitettura non appare più come una sensibilità di nicchia, ma come una cultura necessaria per affrontare le sfide ambientali, climatiche, sociali e sanitarie del nostro tempo. Una cultura che non separa l’edificio dal paesaggio, la tecnica dalla salute, il progetto dalla comunità, l’innovazione dalla memoria dei luoghi.

Il trentacinquesimo anniversario ha permesso anche di richiamare la figura fondativa di Ugo Sasso. La sua eredità non è stata evocata come semplice omaggio al passato, ma come radice viva di una visione oggi più attuale che mai. I temi tracciati dalla bioarchitettura fin dalle origini — relazione tra uomo e ambiente, salubrità dell’abitare, responsabilità ecologica, uso consapevole delle risorse, qualità dei materiali, cura dei territori — sono diventati questioni centrali del progetto contemporaneo.

L’apertura dei lavori ha visto la presenza delle istituzioni locali e degli ordini professionali, con l’intervento dell’Assessore del Comune di Rimini Mattia Mario Morolli, delegato ai Lavori Pubblici e alle Politiche per la Mobilità, dei rappresentanti della CNA sezione provinciale e dell’Ing. Domenico Bordoni, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri di Rimini. La loro partecipazione ha sottolineato il valore pubblico della bioarchitettura: non un tema riservato agli specialisti, ma una prospettiva che riguarda direttamente le amministrazioni, le città, le infrastrutture, i cantieri e la qualità della vita urbana.

La sessione inaugurale ha visto gli interventi dell’Arch. Anna Carulli, dell’Arch. Gio Dardano, con delega agli Affari Istituzionali INBAR ETS, e dell’Arch. Giovanni Sasso, già Presidente Nazionale e componente del Comitato Scientifico INBAR ETS. Ne è emersa una continuità importante tra memoria fondativa, responsabilità presente e apertura verso il futuro. Una continuità che non conserva la tradizione come immagine immobile, ma la rimette al lavoro come energia critica e progettuale.

La moderazione dei lavori è stata curata dall’Arch. Elisabetta Dominijanni, dell’Ufficio di Presidenza INBAR ETS, che ha sostituito l’Arch. Piero Luigi Carcerano, Presidente della Commissione Comunicazione ed Editoria, impossibilitato a partecipare. La sua conduzione ha garantito continuità al lavoro preparatorio e ha accompagnato il confronto con equilibrio, competenza e senso di appartenenza alla comunità INBAR. Nel confronto è stato ricordato anche il contributo dell’Arch. Federico Monorchio, indicato tra i moderatori della tavola rotonda dedicata al rapporto tra istituzioni e territorio.

Le relazioni degli Esperti INBAR ETS hanno posto al centro la dimensione olistica del progetto. L’Arch. Giorgio Origlia, con l’intervento “Visione Olistica e Bioarchitettura”, ha richiamato la necessità di superare ogni lettura riduttiva della sostenibilità. La bioarchitettura non può essere confinata alla prestazione energetica o alla scelta di un materiale: è una visione complessa, nella quale edificio, corpo, clima, materia, percezione, paesaggio e comunità tornano a essere letti come parti di un unico sistema.

L’Arch. Massimiliano Pardi, con la relazione “La progettazione olistica come risposta climatica: Bioarchitettura, paesaggio e responsabilità del progetto”, ha sviluppato il tema dei territori fragili, presentando esperienze progettuali legate a Lipari e Portoferraio. Il progetto della storica cava di pomice di Lipari, reinterpretata come infrastruttura ambientale e polo di benessere, ha mostrato come memoria industriale, energia, acqua marina, paesaggio e rigenerazione possano diventare parti di una strategia integrata. I casi di Portoferraio, dedicati all’idrotermia marina e alla Città Spugna, hanno confermato la necessità di ripensare le città costiere come organismi capaci di adattarsi ai cambiamenti climatici, trattenere risorse, ridurre vulnerabilità e produrre nuove forme di resilienza.

Uno dei momenti centrali della giornata è stato il confronto “Esperienze a confronto tra istituzioni e territorio nazionale”, a cura del Consiglio Direttivo INBAR ETS. Alla tavola rotonda hanno partecipato il Prof. Roberto Castelluccio, Professore Associato presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”; il Dott. Sergio Saporetti, Funzionario tecnico del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica; il Dott. Fabrizio Capaccioli, Presidente di Green Building Council Italia e Amministratore Delegato di ASACERT SB; e il Dott. Alberto Rui, Presidente di Confrestauro.

La composizione stessa della tavola rotonda ha dato il senso del posizionamento raggiunto da INBAR: università, ministero, certificazione, restauro, sostenibilità, professioni e territori seduti allo stesso tavolo. È in questa capacità di convocare mondi diversi, orientarli e metterli in relazione che l’Istituto dimostra oggi il proprio salto di qualità. Non più soltanto associazione culturale, ma piattaforma tecnico-scientifica e istituzionale per una nuova cultura dell’ambiente costruito.

Particolare rilievo ha assunto la firma del Protocollo aggiornato con GBC Italia tra la Presidente Anna Carulli e il Presidente Fabrizio Capaccioli. Un passaggio significativo, che conferma la volontà di INBAR di rafforzare le alleanze con soggetti nazionali impegnati nella qualità ambientale del costruire e nella trasformazione sostenibile dei processi progettuali e realizzativi.

La presentazione ASACERT, con il Dott. Cesare Auberti, Head of Sales Certification di ASACERT SB, e la Dott.ssa Cristina Norcia, Referente Tecnico Figure Professionali ASACERT SB, ha richiamato un tema essenziale: la sostenibilità, per essere credibile, deve diventare competenza verificabile. Formazione, qualificazione, certificazione e aggiornamento professionale rappresentano oggi strumenti indispensabili per evitare che le parole della transizione ecologica restino slogan senza corpo. La bioarchitettura, in questa prospettiva, chiede rigore, metodo e responsabilità.

Le relazioni delle Commissioni e dei Gruppi di Lavoro hanno completato il quadro della giornata, mostrando la ricchezza operativa dell’Istituto. Sono stati evidenziati, tra gli altri, il lavoro della Commissione Formazione con Paolo Rughetto, il ruolo del responsabile alla formazione Gino Mazzone e l’intervento dell’Arch. Francesco Parisi, coordinatore della Sezione di Roma e Presidente della Commissione Biodistretti. Proprio il tema dei biodistretti ha confermato la necessità di allargare lo sguardo dal singolo edificio all’intero ecosistema territoriale: suolo, acqua, paesaggio, produzione, comunità, salute e cultura locale.

Il lavoro delle Commissioni e dei Gruppi di Lavoro, dei Docenti Esperti, degli Esaminatori, dei Soci e dell’Ufficio di Presidenza è apparso come la vera infrastruttura invisibile dell’Istituto. Una rete di competenze che, lontano dalla retorica, costruisce ogni giorno contenuti, strumenti, percorsi formativi e occasioni di confronto. È questa dimensione collettiva che dà forza all’identità di INBAR: l’appartenenza non come formula rituale, ma come pratica condivisa.

L’Assemblea di Rimini ha dunque confermato una traiettoria: l’Istituto Nazionale di Bioarchitettura è oggi una realtà più strutturata, più autorevole e più capace di incidere nel dibattito nazionale. Il lavoro della Presidente Anna Carulli ha avuto il merito di trasformare la pluralità interna dell’Istituto in direzione, il patrimonio storico in presenza contemporanea, la sensibilità ecologica in proposta culturale e professionale.

Da Rimini emerge un messaggio chiaro: innovare la tradizione non significa ripetere il passato, ma comprenderne l’intelligenza profonda; progettare il futuro non significa inseguire la novità, ma assumersi la responsabilità di rendere i luoghi più abitabili, salubri, resilienti e giusti. La bioarchitettura è questo spazio di relazione tra memoria e trasformazione, tra cura e innovazione, tra tecnica e vita.

Il trentacinquesimo anniversario di INBAR non è stato quindi un punto d’arrivo, ma una soglia. Una soglia da attraversare con consapevolezza, metodo e visione. Perché oggi più che mai la qualità del progetto coincide con la qualità della vita che esso rende possibile.

E in questa direzione INBAR ETS può continuare a essere una voce alta, competente e necessaria nel progetto del Paese.

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